Parlando della metafora nel saggio “L’analogia e la differenza” - contenuto nel libro “Sono sparito alla Madonna” – ho chiarito come nel coatto pensare l’origine metaforica del linguaggio alla stregua di un’apertura e non di una ferita - atteggiamento, questo, tipico della tradizione lirica -  ovvero esaltandone la componente analogica a scapito di quella connessa alla differenza, sia stata fondata la storia della letteratura come vicenda del culto apollineo della forma compiuta.

Credo che oggi si possa ipotizzare un percorso contrario: immaginare una forma “aperta” in cui la ferita della quale si diceva sia funzione di un’oggettività del bello non più stilisticamente e soggettivamente determinata. In altre parole, una poesia – o sarebbe forse meglio dire una “poeticità” - che prescinda dalla scrittura, dall’aspirazione a rendersi creazione stabile rincorrendo una forma esatta e una verità stilistica per essere in ciò che non si fa più scrittura. Una poesia mancata per sempre, un’assenza che rinneghi la bellezza consolante della forma togliendosi di mezzo in virtù di una decomposizione di segno tragico subentrata all’abituale composizione lirica.
E’ questa la nuova tragedia possibile, antilirica e antimoderna: un’esecuzione - che non a caso rimanda ambiguamente a un concerto e a una condanna a morte - in cui la poesia si manifesta disdicendosi, mancando una volta per tutte (come poetica) ma anche di volta in volta (come prassi)  la sua forma, costretta fra una maternità già dileguata, la ferita, e una paternità non ancora compiuta, l’apertura. In questo modo la creazione che traduce la tradizione (la lirica) è inversamente ricondotta alla sua purezza originaria di azione che tradisce la traduzione (la tragedia) e il teatro cessa di essere rappresentazione della tragedia dell’esistenza per divenire azione tragica in essenza, perché tragico non è il contenuto di un testo ma il parlare per metafore in sé che nel linguaggio poetico trova la sua “contrada” di elezione.

Una poesia siffatta potrebbe somigliare a un puro concetto, a un’astrazione di segno negativo, ma ciò solo a uno sguardo superficiale: la forma dell’assenza di una forma è pur sempre una forma e questa si delinea come contaminazione tra luce e oscurità, come necessaria incertezza antilirica, come ossimoro. Questa poesia si congeda dalla scrittura, alla quale l’avvento della lirica l’aveva condannata, e ritrova il teatro, anch’esso, come ho detto, liberato per mezzo dell’azione dalla sua dannazione metafisica (in senso heideggeriano e derridiano): la rappresentazione.

In questo consiste il Reading Theatre (che in italiano è “lettura di scena”, in francese “nouvelle tragédie” e in inglese “vocal theatre”: la definizione si compie qui nella convergenza delle singole sfumature): l’azione scenica che fa teatro di una letteratura-per-la-lettura, che restituisce l’onore alla tradizione orale come tradimento. Nel Reading Theatre gli attori quasi sempre leggono, condannati all’immobilità, a fare uso della sola voce, mentre assurgono a grande importanza la scenografia, concepita come vera e propria opera di arte visiva, la musica e i movimenti coreografici.

 

 

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