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«Through a plexiglas, darkly», di Fabio Coccetti

Holzwege è il titolo della prima personale di Andrea Rossetti. Il riferimento, com’è ovvio, è ai Sentieri interrotti di Heidegger, i sentieri che nel tentativo di aprirsi una strada fino al cuore del bosco, finiscono - talvolta - per essere riassorbiti dal folto della vegetazione, lasciando nei guai anche il viandante più accorto. Perfino i guardaboschi, che ne sono i custodi e dovrebbero conoscerli meglio di altri, sanno che questi sentieri possono essere ingannevoli - non si somigliano un po’ tutti? Ne imbocchi uno, pensando che sia quello giusto, convinto di averlo riconosciuto da come si avvia, si snoda e s’insinua tra gli alberi, e a un certo punto invece ti accorgi di essere finito da tutt’altra parte, dove non sei mai stato prima. Conoscerli in fin dei conti significa soprattutto questo - sapere che «condurre» e, insieme, «sviare» fanno parte della loro natura.
Per Heidegger il bosco con la sua rete di sentieri rappresenta il linguaggio umano nella sua totalità, ma chiunque si occupi di arti visive sa bene che anche il boschetto delle immagini è altrettanto fitto e intricato. Il nostro mondo, la nostra società traboccano di immagini, gran parte della comunicazione planetaria passa ormai, di preferenza, attraverso di esse. Un fluire ininterrotto di sollecitazioni visive impressiona la nostra rètina ed è sempre più difficile, per ciascuna di esse, conquistare la nostra attenzione a dispetto delle altre. Che possibilità hanno queste immagini di intercettare davvero il nostro sguardo di spettatori? Si affacciano all’oblò della coscienza come per l’ultima volta, come se fiutassero l’imminente naufragio. Guarda me, salva me, voca me! E, come insegna il sempreverde tormentone del Titanic, non ci sono mai scialuppe sufficienti per tutti.

Nel lavoro di Rossetti, grazie all’uso di un supporto traslucido, alcune immagini sembrano sovrapporsi ad altre immagini. Ma «sovrapporsi» in realtà non è la parola giusta. La retroilluminazione sovverte e rovescia l’ordine nella costruzione dell’opera. Lo strato superficiale è anche il più antico - ciò che è dato in precedenza, l’equivalente della «tela» - e lo sviluppo del discorso avviene tutto dall’interno, allo stesso modo in cui si accresce, anello dopo anello, la sezione dei tronchi d’albero. Le immagini che emergono dal fondo premono contro le altre, come contro un vetro. Spingono e si accalcano, ma non possono infine che sotto-mettersi al predominio di quelle che occupano il proscenio e difendono la posizione opponendo ai nuovi venuti lo schermo del proprio stesso corpo. E così: le immagini sottostanti sono costrette a sottostare all’arbitrio altrui. Più che un bosco, quel che ci mostra Rossetti sembra una giungla: vige la legge del primo arrivato.
Ma questo non vuol dire che i privilegi acquisiti siano intoccabili, non significa che l’azione dei parvenus non produca intanto il suo effetto. Qualcosa infatti è accaduto. Guardare è diventato anche traguardare, guardare attraverso, e l’occhio, mentre accomoda il fuoco su due o più fotogrammi confusi ma distinti, è intanto costretto ad attardarsi, a trasformare un’attività che si vorrebbe spensierata in qualcosa di diverso. Di analitico. Non tutto si offre come immediatamente visibile al nostro sguardo, occorre cercare, talvolta scrutare più che guardare.

Una luce proveniente dal fondale, personaggi che si contendono la ribalta, pose ispirate e sublimi - forse, senza accorgercene, abbiamo infilato l’ingresso di un teatro... Teatro, certo, di carta e di ombre. Ma teatro. Teatro che la misteriosa luce proveniente dal fondale (dallo Spazio?) fa collassare, paralizzando il normale fluire del tempo nell’unico, irriducibile istante di una scena madre. Nessuna preparazione, nessuno scioglimento. Solo il climax, il distillato della drammaturgia. Un teatro sintetico, insomma - per il sollievo degli spettatori. E, siccome la sintesi richiede sempre una buona dose di astrazione, un simile teatro si avvarrà di preferenza dell’opera di puri spiriti. Rossetti ama le passioni forti ma si preoccupa di togliere preventivamente il sangue alle sue creature. Così vampirizzate, non solo occupano meno spazio ma si lasciano manipolare senza opporre resistenza. Non sussistono dubbi su chi sia il regista in scena...
Talvolta l’incontro tra gli attori risulta glaciale e sulfureo insieme, soprattutto quando a calcare le scene vengono chiamate le Icone della Tradizione. Le immagini che emergono dal fondo, subliminali e tendenziose come un messaggio pubblicitario, funzionano allora da interpretanti.
E accade quindi che il corpo efebico del San Sebastiano - nell’ora estrema del martirio - ottenga, in cambio di un’accorata preghiera, le ali della farfalla che in cuor suo ha sempre fantasticato di essere. (Viene quasi il sospetto che si sia autoinferto il supplizio, pur di guadagnarsi l’agognata metamorfosi...)
Oppure che il sensuale, profondo sonno di una ragazza non venga affatto turbato dalla Morte di Marat, altrettanto colma di sensuale e rotondo abbandono. A prima vista siamo agli antipodi degli ispidi incubi che popolano i sogni della allucinata dormiente di Füssli. Ma forse - è solo una congettura, naturalmente - l’acqua in cui giace il corpo senza vita di Marat è la stessa che bagna anche lei, la nostra bella fanciulla, la stessa dolce corrente che cullava Ofelia nel suo sonno senza risveglio.
Nel terzo lavoro della serie, due donne condividono un’attesa. Entrambe tendono l’orecchio e rivolgono lo sguardo verso qualcosa che è escluso dallo spazio e dal tempo dell’inquadratura - un incontro? non sappiamo... - ma che finirà certamente per scavare fra di loro il solco di una muta rivalità. Ancora un letto - soffice di piume - accoglie stavolta la candida monumentalità delle carni della Bagnante, che per non consumarsi nell’attesa ha pensato bene di passare il tempo a detergersi e strofinarsi, nel tentativo di sbiancare un altro po’ la sua pelle già tanto pallida. Niente a che vedere con l’incarnato esotico dell’altra che, grazie anche a un maquillage ben più sofisticato e a un mento volitivo reso affilato dall’uso di creme ristrutturanti, sbaraglierà senz’altro - c’è da scommetterci - l’ingenua antagonista.

Nella grande Pala, il discorso della trasparenza si semplifica o, se volete, si radicalizza. L’immagine preme direttamente contro il sipario abbassato. Ma il sipario non è rosso, è nero come il velo che ricopre il tabernacolo, il venerdì della Passione. Che cosa è accaduto? Ebbene, è accaduto che il Cristo crocifisso, oltre al supplizio del Golgota, abbia pure ricevuto in sorte - povero cristo - l’ulteriore emarginazione riservatagli dalla condanna - questa davvero definitiva - di un test HIV positivo. C’è da chiedersi che razza di resurrezione della carne possano attendersi lui e il suo corpo malato, quale gloriosa ascensione al Regno dei Cieli, se a sostenerla sono chiamati quegli angioloni di pietra, pigri custodi di cenotafi che non hanno nessun Gloria da intonare - tutt’al più, su richiesta, potrebbero strimpellarvi una mazurka. Quanto ai monaci - umani, davvero troppo umani, così schierati come una scolaresca per la foto-ricordo -, sembrano i primi a dubitare del futuro miracolo: si aggrappano al tempo circolare della Liturgia, secondo il quale la Pasqua, un’ennesima pasqua, dovrà pur sempre arrivare.
La serie delle Soglie sfrutta anch’essa la variante tecnica del sipario nero, del vedere attraverso un velo oscurato. Per quanto riguarda il soggetto, sembra riproporre invece una variante sul tema «Non aprite quella porta». Ma non temete: il nervo della paura è già stato desensibilizzato. L’Altro Mondo non ci riserva così apparizioni metafisiche, niente teschi che battono i denti né scheletri danzanti. Solo una quieta meditazione sulla Rovina, sul fascino romantico delle Cose-che-si-sgretolano-poco-alla-volta, al riparo da ogni goffo intervento di restauro. Non fiatano ma, se potessero parlare, chiederebbero una cosa sola: «Lasciateci in pace, lasciateci morire...».

Nei lavori dedicati agli ovali della ritrattistica funebre, la tecnica del supporto traslucido apre invece la strada a un’indagine sopra l’identità - un’identità che ad esempio non sia più individuale, ma duale. Ogni volto cerca sostegno nell’altro elemento della coppia, ciascuno proietta la propria fioca presenza sul corpo dell’altro perché gli faccia da schermo evitandogli così di perdersi nell’etere. Come immagini impresse sulla fiammella di un fuoco fatuo, un soffio sembra avercele recapitate, un soffio probabilmente se le porterà via. Pur essendo incastonati nella dura materia delle pietre tombali, questi ritratti - inadeguati a rappresentare la vita, inadeguati a rappresentare la morte - abitano fluttuanti la soglia tra due mondi, ed è impossibile decidere una volta per tutte se appartengano all’uno oppure all’altro, quasi fossero particelle assoggettate alle leggi della meccanica quantistica, influenzabili dai parametri visivi ed emotivi di chi le osserva.
Se vogliamo trovare, fra le opere esposte in questa mostra, il segno di una cesura netta, di un limite invalicabile tra due mondi, dobbiamo forse rivolgerci altrove, verso una realtà che, almeno apparentemente, più lontana dalla morte non si potrebbe immaginare. La porta chiusa, la vera «pietra tombale», è rappresentata qui dalla materia senza pori - compatta e impenetrabile - dei ritratti glamourous. I mirini che tentano di inquadrare, di mettere a fuoco, di proporre la minaccia di un secondo piano spaziale, sono ricacciati indietro dall’impermeabilità di un’immagine che occupa la superficie in modo assolutamente capillare. E autoreferenziale: l’immagine si sdoppia, si spande in un alone, si specchia in se stessa, si declina nel modo verbale dell’infinito, risoluta più che mai a non cedere il passo. E il traguardare, il guardare oltre e attraverso, si risolve allora nello scacco di un «oscuro scrutare».
Del resto, già San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, ammoniva che in questa vita noi non vediamo le cose faccia a faccia, ma «come attraverso uno specchio, in modo oscuro» - «through a glass, darkly», secondo la famosa versione della Bibbia di Re Giacomo. Certo, trascorsi un paio di millenni, la materia imperfetta e ingannevole del vetro è ora sostituita da Rossetti con fogli infrangibili e antiriflesso di produzione industriale. Ormai noi vediamo «through a plexiglas». Ma non per questo, forse, la nostra esperienza del vedere è divenuta meno fallibile.

F. Coccetti 

«Per Andrea Rossetti », di Gino Gianuizzi

Gli incontri con Andrea Rossetti sono relativamente pochi, Andrea vive a Roma, tuttavia mi sembra piuttosto estraneo al clima artistico che caratterizza la città, il suo è un agire “laterale”, evita la presa di posizione frontale e aggressiva, evita le mode, si muove in un territorio difficile da definire, e si muove certamente in un modo interessante e ricco di potenzialità.

Andrea Rossetti, prima le parole, i discorsi, i ragionamenti, poi il lavoro, le fotografie.

Fotografie che rimandano alle parole, ai discorsi, ai ragionamenti. Questa mi sembra sia la chiave più opportuna per avvicinarsi al lavoro di Andrea, un lavoro che rinvia ad altro, dove l’altro – parole, discorsi, ragionamenti – è denso, importante e non può essere taciuto.

Andrea riflette intorno all’arte, prima di realizzare un progetto che si inscrive nel discorso dell’arte, e la sua riflessione è riflessione filosofica, rileggo il suo contributo al volume PREVIEW, e cito:

Personalmente, credo, come Joseph Beuys, a un’arte politica, che progetti la costruzione di una società democratica che è, nel bene e nel male, la cultura di massa; vivere serenamente la debolezza infantile e vitale del pensiero; quindi mostrare coraggiosamente quanto di arbitrario e di necessario c’è in ogni azione, e, infine, ri-velare la verità, fare un passo indietro in quanto artisti, operare una diminuzione della funzione autoriale rinunciando a dire il proprio mondo, a lasciare l’ennesima traccia narcisistica e autoreferenziale, e sentirsi più compositori che artefici”.

Il rapporto con Andrea nasce appunto sotto questo segno, fascinazione della parola, per usare i termini utilizzati da Andrea, ri-velata, e si dà come strumento, complementare ad altri strumenti, per tentare di raccontare il mondo. Che è poi il compito che l’artista si pone, salvo che molto spesso nel tentativo vano di contribuire al racconto collettivo l’artista perde di vista il mondo e racconta se stesso e la propria incapacità di vedere oltre il proprio limite.

Il procedimento che sembra seguire Andrea Rossetti lo pone su una diversa strada, certo penalizza l’opera in quanto tale, annulla il compiacimento dell’opera su se stessa, e lo porta a costruire immagini che non riflettono la “condizione personale” dell’artista, ma piuttosto si aprono su spazi che sta a noi riempire, spazi di libertà in cui sta a noi trovare le direzioni per muoverci (ed è subito evidente che non esiste una sola direzione, la direzione assoluta, ma diverse direzioni una per ognuno di noi e tutte ugualmente valide). Difficile, interessante, costringe alla partecipazione intellettiva, un lavoro “relazionale” al livello più immateriale cui si possa portare la relazione.  

G. Gianuizzi

"LECTURA DANTIS", di Francesco Finotti

La recitazione di Rossetti, che lui stesso definisce 'lettura di scena', cioè rinnovamento della tradizione orale e oltrepassamento della scrittura, intesa in senso letterale come segno e metaforicamente come limite sistematico, mediante il teatro, un teatro spoglio, che rinuncia alla rappresentazione in favore dell’azione unica e irripetibile (Rossetti non ripete mai lo stesso spettacolo per due volte e si definisce un artista 'luterano', affermando che l’arte dovrebbe smettere di produrre 'opere' preoccupandosi invece di 'avere grazia'), tende infatti a decostruire il rapporto fra testo e parola scritta nella solitudine circoscritta di un’interpretazione orale che lo discioglie in quello che lui chiama 'il fallimento santo dell’attore' dal momento che 'in ontologia non si danno che fallimenti e la virtù, se è veramente tale, non può che mancare se stessa'. Secondo Andrea Rossetti, infatti, l’arte, se vuole sopravvivere alla 'la-trinità' – intrattenimento, informazione, sociologia – leggendo correttamente la parabola del linguaggio nel mondo contemporaneo, non può che essere ontologica: 'nulla precede e nulla segue l'ontologia, perché non è data un'ontologia dell'ontologia e perché a seguire ci sono la teologia (che è il racconto dell'ontologia) e la fenomenologia (che è un'ontologia del racconto). Dell'ontologia si può solo pensare l'assurdità, il vuoto sospeso sul vuoto.'
Le provocazioni intellettuali di Andrea Rossetti, spesso molto aggressive, sono parte integrante del suo percorso artistico e, a dispetto dei toni, offrono sempre motivi di profonda riflessione come quando sostiene che i tempi sono maturi per 'smetterla di scimmiottare gli umanisti e passare finalmente al disumanesimo' oppure, polemizzando con l’arte dell’etica e dei sentimenti, che 'l'uomo esiste quindi non è, e la sua anima è una tastata di culo alla psicologia' e che 'l’interiorità è il meteorismo dell’agiografia' o, ancora, 'che io abbia un cuore lo dicono i cardiologi, quindi mi fido; che io abbia un'anima l'hanno scritto Agostino, Tommaso, Alano, Ugo e Riccardo, e io ci credo in nome del bene che voglio loro; ma che tutto questo abbia a che fare con l'arte, ovvero con gli abusi demiurgici dei compassionevoli, dei patetici e dei lirici è solo de-cantazione della tradizione di un occidente spenglerianamente sempre sul punto di tramontare. Un abbaglio, dunque, una visione, e, in fondo, una presunzione. E' bello solo ciò che rinuncia alla bellezza, ed è artista solo chi scorge nella dissoluzione di ogni attitudine consolatoria, nella tragedia che ci destina a una lingua codificata, al tempo stesso i vincoli (come San Pietro in) di un martirio e l'apertura di una confessione. Ci faccio la birra io delle cronache esistentive, dell'oleografia sentimentale e del forse virtuosistico e limato parlar confidenziale contando sillabe e sodomizzando fonemi. Io cerco virtù, non virtuosismo. Quale oggettività quindi per l'arte? Io dico quella terribile e minacciosa di una nuova tragedia e della coscienza che la sola cosa che un poeta non deve fare, mai e per nessuna ragione, è scrivere poesie. Io mi sono umiliato fino a scrivere versi perché ho un animo nobile e generoso, un po' come il Dalai Lama che rinuncia all'illuminazione per il bene dell'umanità, ma so bene che la poesia è là dove nessuno l'ha mai scritta.'
Bazzano e la sua Rocca si preparano quindi a vivere questa performance che, secondo la sua stessa teoria, Andrea Rossetti non ripeterà mai più con le stesse caratteristiche, e attendono di 'sentire' e 'vedere' i versi di Dante in uno spettacolo dedicato dall’artista a due grandi 'voci' del teatro italiano: Vittorio Gassman e Carmelo Bene.
 

F. Finotti (In occasione della performance LECTURA DANTIS presso la Rocca Bentivoglio, Bazzano (BO) del 12 sett 2004)

 

Prefazione a "Sono sparito alla Madonna", di Stefano Giovanardi

È un libro difficile da definire, questo Sono sparito alla Madonna di Andrea Rossetti. La riflessione “estrema” di cui si sostanzia, capace di giungere al cuore di alcuni fra i più intricati nodi concettuali dell’estetica contemporanea, indurrebbe a considerarlo il generoso tentativo di individuare lo spazio abitabile oggi dalla filosofia. Ed è ad esempio apprezzabile e condivisibile, da questo punto di vista, lo sforzo dell’autore di dotare l’idea di postmoderno di un solido statuto di pensiero, sottraendola al gioco un po’ perverso delle mode e delle cronache, quel gioco che dopo innumerevoli sbandieramenti iniziali, ne ha improvvisamente e misteriosamente decretato la scomparsa.

E tuttavia rimarrebbe deluso chi si aspettasse da queste pagine il distacco olimpico del pensatore puro, del costruttore o distruttore di sistemi che in ciò eserciti al meglio una forma esclusiva di razionalità. Circola invece in esse, persino nei punti più ardui o “tecnici”, una sorta di pathos che di olimpico ha ben poco, e che pare anzi connettersi agli scossoni, ai magmatici sussulti della sensibilità, alle lacerazioni anche profonde, che presiedono alla creazione artistica.
Prima di essere un filosofo, infatti, Rossetti è un artista e uno scrittore, ultimo cultore di una totalità espressiva che pare rimandare addirittura a modelli rinascimentali: una totalità che naturalmente si cala negli strumenti dell’oggi, e che quindi non disdegna, ma al contrario usa saggiandone tendenzialmente i limiti, supporti informatici o multimediatici. Un artista “totale” calato pienamente nella percezione della contemporaneità, che poi spende energie interpretative e meditative per definire uno spazio frequentabile all’unisono dalla filosofia e dall’arte: difficile sottrarsi alla tentazione di supporre, a questo punto, che l’autore ci stia parlando della sua poetica.

E allora le cose cambiano: perché se è già strano che un giovane non ancora quarantenne si misuri coi massimi sistemi di un’estetica che pare far di tutto per sfuggire a se stessa, è ancor più strano, nel minimalismo attualmente imperante, che un artista ancori il suo operare a princìpi, mozioni e riflessioni di tale spessore. Nella conversazione con Nicola Bietolini, qui raccolta, tale ancoraggio si palesa in tutta la sua evidenza: se è vero che molte esperienze artistiche e letterarie del Novecento hanno fatto dell’ossimoro la loro stella polare, è anche vero che a una fondazione così schiettamente ontologica dell’ossimoro non si era mai assistito. L’immagine della costa, che è al tempo stesso fine della terra e inizio del mare, e che dunque compendia in sé le due qualità antitetiche della morte e della nascita, può ben funzionare da scandaglio capace di saggiare la profondità di significazione dell’arte, a quel livello vertiginoso in cui destino dell’uomo e del mondo, speculazione filosofica ed espressione artistica, interrogazioni e risposte, si fondono e si integrano appunto nella figura sfuggente e delusiva, insieme sconfitta e segno di una vittoria a venire, dell’ossimoro.

Non so quante delle promesse qui formulate saranno mantenute. Ma certo la posta è altissima, tale da essere guardata con rispetto e legittima attesa. Del resto l’abbondante selezione dal blog di Rossetti, di cui la seconda parte del libro testimonia, dimostra che i molti semi da lui sparsi non cadono nel vuoto, che c’è un ascolto, un contraddittorio, una possibilità di costruzione, persino un’ipotesi di “movimento”. Auguro all’autore che tutto ciò si incrementi, si complichi ulteriormente, lo conduca sull’orlo della disperazione conoscitiva: è un privilegio di pochi, tale disperazione, ma è anche, in definitiva, la condizione di esistenza dell’arte. O almeno di un’arte che non voglia essere puro rispecchiamento di tempi per definizione opachi.

S. Giovanardi

ANDREA ROSSETTI: L'OSSESSIONE DIABOLICA DEL DIVINO: scrittore, attore teatrale e artista visivo, Rossetti ha il talento della consapevolezza, di Riccardo Interlenghi

Quando lo sentii recitare per la prima volta, Andrea Rossetti metteva in scena a Roma i suoi "Monologhi esteriori", testi febbricitanti, vere e proprie rivoluzioni semantiche ed ermeneutiche che la sua voce straordinaria accarezzava, plasmava e assorbiva in modo unico, irripetibile. Ed in effetti lui stesso, figlio di una pianista, ama paragonarsi, con una certa vezzosità da mattatore, a leggendari esecutori come Glenn Gould, Horowitz, Pollini.
Parlare con lui è un'esperienza particolare: ci si avvicina un po' intimoriti dalla sua fama di uomo non proprio simpatico e si finisce poi per rimanere sorpresi da un'ascetica gentilezza, appena un po' superba nei modi e nell'intonazione della voce, sempre studiatissima, condita da fulminanti aforismi come "la vera letteratura nessuno l'ha mai scritta: non c'è poesia al di fuori della tradizione orale, è bene che si sappia, Dio si è dato solo come Voce e Verbo!" oppure "il teatro non è che una forma più o meno oscena di fonologia" e ancora "abbiamo a lungo tradotto la tradizione, è tempo di tradire la traduzione".
Andrea Rossetti è un uomo coerente e rigoroso. Gino Gianuizzi, l'animatore della galleria Neon di Bologna con la quale Rossetti collabora, definì una volta la sua sperimentazione "un lavoro relazionale al livello più immateriale cui si possa portare la relazione".
In effetti è così: autore, attore e artista visivo, Rossetti ha sempre rifiutato il successo facile di quella che definisce "l'arte dell'intrattenimento". I suoi maestri sono senza dubbio personaggi come Carmelo Bene, Joseph Beuys e in letteratura forse Musil o Junger, ma il suo segno distintivo, ciò che lo rende definitivamente diverso da tutti costoro, è certamente il rifiuto deciso di ogni nichilismo, una spiritualità laica, a tratti eretica e tuttavia fortissima ed evidente. Rossetti è ossessionato dal divino e non a caso sfoggia una cultura straordinaria quando si tratta di citare i grandi protagonisti degli scriptoria medioevali: Roscellino, Gaunilone, Fredegiso, Abelardo e via dicendo. Ascoltare la sua versione vocale della "Salve Regina" di Bernardo di Chiaravalle su musica di Tapio Tuomela significa precipitare in sensazioni incredibili.
Mi accorsi di questa caratteristica del suo lavoro fin da quando vidi la sua prima mostra personale, alla Ugo Ferranti di Roma, quando, giovane artista praticamente sconosciuto, conquistò i collezionisti di tutto il mondo con le sue apparizioni in lightbox, e il suo percorso successivo non fece poi che confermare la mia prima impressione.
Memorabile anche il video "Lect-IO", proiettato in anteprima assoluta alla Neon, nel quale doppiò Anthony Hopkins nei panni di Hannibal Lecter mettendogli in bocca una straordinaria lezione sull'arte.
Ora Rossetti è anche tra gli animatori del gruppo "karpòs", una misteriosa operazione che parte da internet e che si sta diffondendo tramite l'aggregazione di siti e progetti creativi uniti apparentemente solo dal ricorrere di quella parola greca. Interessante: una sorta di epidemia mediatica della quale sapremo forse di più in un prossimo futuro. Ciò che è sicuro è che Andrea Rossetti, questo "monaco immoralista", come a volte si è definito facendo il verso a Lewis (e ad Artaud!) e a Gide, sta costruendo con istrionica discrezione un tempio al Dio dileguato.

R. Interlenghi

 

 

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